Ma il matrimonio…conviene?

di Sandro Bertagnoli

Perlomeno, tra tutte queste polemiche e queste battaglie politiche, è tornato alla ribalta un concetto che ormai sembrava antico, roba da barzellette o da film strappalacrime: il matrimonio. Ebbene sì, ad un tratto tutti ambiscono al diritto, anche se mascherato o chiamato con nomi diversi, di poter contrarre matrimonio. Ma tutta questa voglia di fiori d’arancio siamo sicuri che convenga al portafoglio? Andiamo allora effettivamente a vedere quali conseguenze porta l’avere la fede al dito per quanto riguarda le tasche dei “fortunati”. Partiamo dall’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente); strumento dai cui parametri si valuta la concreta potenzialità economica del nucleo familiare. Le coppie coniugate hanno un reddito e un patrimonio cumulato ed unico, quindi: parametri ISEE alti. Al contrario, in caso di due ”compagni”  non sposati e non conviventi, uno dei due non viene incluso nel nucleo familiare e di conseguenza il suo reddito e il suo patrimonio non rientrano nel calcolo Isee, che sarà più basso e farà raggiungere maggiori agevolazioni presso gli enti ai quali l’Isee stesso viene presentato (scuole, mense, università, enti sanitari e assistenziali…). Per quanto riguarda le detrazioni Irpef invece, esse sono proporzionali al reddito. Nel caso di coppie sposate l’agenzia delle Entrate può incrociare i dati e i nomi per verificare se i genitori stanno beneficiando delle detrazioni in modo corretto, cosa impossibile nel caso di coppie non sposate. E’ di questi giorni la disposizione normativa che prevede che nelle prossime CU (vecchi CUD) – di prossima consegna – venga indicato obbligatoriamente anche il Codice Fiscale del coniuge non a carico, evidentemente per agevolare questo tipo di controlli. Parlando di assegni per il nucleo familiare, arriva un’altra batosta alle nozze. Questi sono calcolati in base al reddito familiare. Il nucleo di riferimento è composto dal richiedente, dal coniuge non effettivamente e legalmente separato e dai figli. Il reddito deve essere formato per almeno il 70% da lavoro dipendente. In caso di due genitori non sposati e conviventi risulta più conveniente costituire un nucleo familiare composto dal genitore con reddito da lavoro dipendente più basso e dai suoi figli così da poter beneficiare di un assegno di importo superiore. Il reddito dell’altro genitore non rientra nel reddito familiare. Di fronte a queste notizie, uno dei coniugi potrebbe sentirsi poco bene, ma anche all’ospedale non sarebbe risparmiato.  Per le varie esenzioni rispetto ai ticket sanitari, infatti, si tiene conto del reddito di entrambi i componenti la coppia. Quindi, se questi non risultano sposati, viene considerato il reddito del solo richiedente le prestazioni. Spostando l’analisi  sugli asili nido, gli enti locali assegnano, solitamente, per stilare le graduatorie di accesso, un punteggio maggiore per i figli di genitori soli: così non poche coppie, dopo la nascita del pargolo, visto il “dato di fatto” tendono a rimanere “coppie di fatto”. E poi le normative si intersecano fra loro. Infatti in questo caso c’è la possibilità di usufruire del nido a prezzi agevolati, perché, guarda caso, la retta si calcola in base all’Isee. Ma non è finita! Sulla questione case popolari, in molti casi, i bandi favoriscono uomini e donne sole con figli a carico. Anche in questo caso, la domanda è presentata da uno solo dei  genitori, che autocertifica di essere rimasta solo con figli a carico. L’altro “coniuge”  sposta la residenza altrove, anche se non cambia affatto casa, e il gioco è fatto. Eh vabbè, magari invecchiando la situazione migliora…per nulla! Gli assegni sociali, ossia le prestazioni di sostegno ai coniugi con oltre 65 anni valutano lo stato di bisogno economico sul reddito coniugale se il richiedente è sposato. Se non lo è (o è separato), vale solo il reddito personale.

Infine, per quanto riguarda le pensioni di reversibilità, per due vedovi entrambi titolari di prestazioni pensionistiche che vogliano avere una vita insieme, è più conveniente scegliere la convivenza che non il matrimonio. In questo modo si assicurano una doppia prestazione che altrimenti verrebbe meno. Insomma, siete davvero sicuri di volere il matrimonio, o il paramatrimonio rappresentato da queste unioni civili? Sono maggiori i diritti che si acquisiscono o i doveri che si prendono in carico? Fatevi due conti.

A parte le battute, è chiaro che tali situazioni delineano una politica familiare in Italia inesistente e, se presente, confusa e dannosa. Perciò, prima di pensare a creare surrogati di “famiglia”, forse sarebbe il momento di valorizzare anche in termini di sostegno economico l’unica istituzione che ha supportato il nostro paese durante quest’ultimo periodo di profonda crisi economica. Se ci sono delle risorse, le si destini a quelle mamme che devono ogni giorno farsi in quattro per mandare avanti la famiglia e allo stesso tempo lavorare; o a quei papà che, per permettere ai figli un futuro dignitoso, non riescono neppure a ritagliarsi un po’ di tempo da dedicare a loro. Queste sono le politiche familiari che chiede il paese reale nel quale più che di Codice Civile è meglio armarsi di calcolatrice….