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Messaggi dal futuro dei robot

di Diego Marchiori

Chi di voi ha mai visto il film di Spielberg A.I, o la saga di Matrix, Io Robot con Will Smith che riprende l’omonimo romanzo di Isaac Asimov, o i più recenti Her, Ex-Machina, Automata?
Ma certamente tutti avranno sentito parlare, letto o visto la storia del romanzo famoso di Mery Shelley: Frankenstein.
Ebbene, ormai ciò che da molti è tuttora percepito come pura fantascienza si sta realizzando senza che ce ne accorgiamo più di tanto. La 4^ rivoluzione industriale è iniziata e, come ai tempi della Rerum Novarum, ci ritroviamo ad affrontare nuove ed inedite sfide.
Il sogno di Nietzsche di giungere al super-uomo e superare la sua finitudine con la volontà di potenza offerta dallo sviluppo della tecnica si sta avverando. E c’è chi inizia a preoccuparsi seriamente. È il caso della proposta di risoluzione concernente “norme di diritto civile sulla robotica” presentata il 31 maggio 2016 dalla deputata socialista Mady Delvaux, approvata dalla Commissione JURE del PE il 12 gennaio 2017.

La relazione è piuttosto controversa ed ambigua ma è un primo tentativo di dare una risposta ai messaggi che provengono dal futuro e che suscitano non poca preoccupazione come emerge dalle considerazioni iniziali:
considerando che l’umanità si trova ora sulla soglia di un’era nella quale robot, bot, androidi e altre manifestazioni dell’intelligenza artificiale (AI) sembrano sul punto di lanciare una nuova rivoluzione industriale, suscettibile di toccare tutti gli strati sociali” come l’occupazione, la tenuta del sistema previdenziale, il rapporto tra persone, la sicurezza degli Stati, ecc.  Ma soprattutto:
considerando che l’impatto relativo per la dignità umana può essere difficile da stimare, ma dovrà essere considerato se e quando i robot sostituiranno le cure e la compagnia umane, e che considerazioni di dignità umana possono insorgere anche nel contesto della “riparazione” o del “miglioramento” degli esseri umani”.
Nonostante le preoccupazioni sul piano della dignità umana, dal retroterra di pensiero della relazione emerge il mancato riconoscimento della persona come essere creato di anima e corpo, e proseguendo nella lettura emerge evidente quando si sottolinea l’urgenza di “affrontare la questione fondamentale di se i robot devono avere uno status giuridico […] considerando che, in ultima analisi, l’autonomia dei robot solleva la questione della loro natura alla luce delle categorie giuridiche esistenti – se devono essere considerati come persone fisiche, persone giuridiche, animali o oggetti – o se deve essere creata una nuova categoria con caratteristiche specifiche proprie e implicazioni per quanto riguarda l’attribuzione di diritti e doveri, compresa la responsabilità per i danni”;
Già chiedersi quale sia la natura di un robot autonomo intelligente – capace di autoapprendimento e quindi sospetto di avere un’autocoscienza – è indicativo del fatto che non si sa più chi sia esattamente l’uomo considerato ormai più come una macchina che si può “riparare” e “migliorare”, pensiamo al campo biomedico ad esempio.

Ma i robot intelligenti aprono a nuovi scenari in tutti i campi, come per la chirurgia o l’assistenza agli anziani che un domani non troppo lontano potrebbero sostituire del tutto o in gran parte chirurghi e badanti come emerge al punto 18: “osserva l’enorme potenzialità della robotica nel campo della riparazione e della sostituzione degli organi danneggiati e delle funzioni umane, ma anche le complesse questioni sollevate in particolare dalle possibilità di interventi migliorativi del corpo umano”.
Per questo è almeno meritevole la richiesta di istituire un comitato di roboetica che abbia il compito di esaminare e aiutare a risolvere problemi etici complessi e insoliti riguardanti la cura e il trattamento di pazienti.
Ma il problema originario ritorna. Di quale etica dei robot si parla? E a quale etica ci si riferisce? Stando all’allegato della relazione in cui si propone la Carta della Robotica emerge l’etica relativista del caso per caso fondata su un generico e debole principio di responsabilità. Ma come si può difendere la dignità umana e proteggere l’umanità di fronte ad una rivoluzione che ha la potenzialità di superare la capacità intellettuale umana al punto che, “se non saremo preparati, potrebbe mettere a repentaglio la capacità degli umani di controllare ciò che hanno creato e, di conseguenza, anche la loro capacità di essere responsabili del proprio destino e garantire la sopravvivenza della specie”? Qui si intravvede il mostro di Frankenstein.
Se quindi è auspicabile una regolamentazione ed una definizione univoca di “robot autonomi intelligenti” et simila, è preoccupante l’errore contenuto in questa proposta che apre la porta alla considerazione di queste macchine come dei “soggetti non umani” con “personalità elettronica”, quando si parla di questi in termini di educazione, diritti, retribuzione, status giudirico, quasi che siano assimilabili alle persone umane per il solo fatto di avere capacità autonome e potenzialmente imprevedibili di apprendimento.

Qui il tema fondamentale in gioco, dopo aver dimenticato chi sia l’uomo, è l’origine della coscienza ovvero se essa sia l’incipit del Creatore che distingue l’uomo da ogni altro essere animale o cosa – quel “sacrario dell’uomo dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” definito in G.Spes n.16 oppure se sia una componente algoritmica e quantistica della nuova meccatronica che ha per creatore un essere finito e fallibile che vanta la pretesa – e ciò sembra trasparire anche dalla relazione – di creare una nuova specie ed inaugurare il nuovo uomo transumano.
Come ha denunciato recentemente Marcello Veneziani, siamo di fronte ad un mito della tecno-scienza al quale stiamo consegnando mani e piedi con la conseguenza che cerchiamo di superare l’essere umano a colpi di manipolazioni ed innesti artificiali, ignari che il mito dell’uomo mutante perde lo scopo, la distanza e la costanza, il mistero della provenienza e il senso della lontananza, in definitiva resta il mutante e sparisce l’uomo scoperchiando lo spaventoso vaso di Pandora.

Per approfondire leggi l’intervista alla relatrice

Diego Marchiori

Diego Marchiori, classe 1988, sposato, vivo in provincia di Verona. Fino ad ottobre 2016 ho amministrato l'azienda artigianale di mio padre specializzata nella laccatura di mobili, ma le sanzioni alla Russia ci hanno penalizzato al punto da farci chiudere. Nel tempo libero mi occupo di Dottrina Sociale della Chiesa collaborando con la Scuola di Formazione all'Impegno Sociale e Politico della Diocesi di Verona, e scrivo di politica, società, cultura.