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Apr

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Più di un sogno…una realtà!

di Riccardo Tessari

Due sguardi sereni. Ecco la prima cosa che si nota nel vedere gli occhi di Marco e Luisa. Di una serenità consapevole, frutto di un lavoro quotidiano attorno ad un progetto d’amore. Così verrebbe naturalmente da definire Fondazione Più di un sogno, una realtà nata ormai una decina di anni fa dalla volontà di un gruppo coraggioso di genitori che desideravano ardentemente creare un futuro di certezze, opportunità e libertà per i propri ragazzi, nati con delle diverse abilità che oggi, da un società allergica alla fragilità, sono considerate difficilmente accettabili.

Non c’è da prolungarsi molto nei discorsi introduttivi, le parole di Marco (M) e di Luisa (L) sono molto più efficaci. Si parla di sentimenti, di scelte, di ostacoli, di libertà e di generatività, di accompagnamento e di replicabilità. Queste parole hanno smosso menti e cuori di un gruppo di semplici giovani, in un sabato sera di gennaio. Potrebbero smuovere qualsiasi altra cosa.

 Qual è stato il motivo scatenante di questa storia?

M e L: Il motivo scatenante è uno in particolare: l’amore per nostra figlia. Se nella nostra vita non fosse arrivata Sara sicuramente non avremmo mai realizzato Più di un sogno.

M: Per me è stato anche una sorta di nuovo inizio. Arrivi a un certo punto della tua vita professionale nel quale non ti basta più avere successo e non hai più nulla da raccontare. Più di un sogno mi ha aiutato a ritrovare un senso in quello che facevo, a sentirmi più realizzato e ad avere ancora qualcosa da raccontare alle persone che incontro e, soprattutto, ai giovani.

Secondo voi, perché spesso, dopo una vita realizzata, molte persone sentono il bisogno di dedicare tempo e competenze a esperienze di bene?

M: A mio parere è una questione di equilibrio. Arrivati ad un certo punto la crescente ambizione o il continuo riproporsi di obiettivi nella propria attività rischia di compromettere la propria stabilità oppure di non bastare più. C’è bisogno di qualcosa in più per soddisfare l’esigenza di senso di ciascuno e quindi si decide di mettere a frutto i successi raggiunti e le competenze acquisite per sviluppare esperienze imprenditoriali che permettano una più ampia diffusione del valore creato o che servano ai più fragili ed esclusi.

L: Anche secondo me è una scelta fondamentale per il bene della persona che la compie. Conosciamo molte persone, imprenditori o professionisti affermati, che a un certo punto della vita hanno dovuto affrontare una crisi personale, una crisi di senso, dalla quale ne sono usciti grazie ad un impegno di questo tipo.

Qual è l’importanza di aver avuto un’esperienza d’impresa profit e di successo per la buona riuscita di un’esperienza non profit?

M: Molto importante a mio parere. Purtroppo spesso le realtà di non profit nascono da persone che hanno vissuto esperienze precedenti di gestione imprenditoriale deludenti o frustranti. Partono quindi da sconfitte. Oppure sono legate solo ad un miglior utilizzo del tempo libero, quindi rischiano di essere relegate a mero passatempo. Nulla di sbagliato in ciò, intendiamoci. Ma affinchè esperienze che riguardano in maniera così rilevante la vita delle persone, come quelle di impresa sociale, abbiano successo, devono avere nei propri promotori un tasso di convinzione e dedizione particolarmente significativo.

L: Questo vale anche per i medici che hanno fondato con noi questa realtà. Loro hanno contribuito, grazie all’esperienza professionale che avevano maturato negli anni, a dare sostanza scientifica al nostro approccio e alla nostra opera.

Questa riflessione cozza con l’opinione diffusa che separa nettamente il mondo non profit da quello profit. Il primo basato solo su contenuti ideali e sostenuto da erogazioni e donazioni, il secondo invece caratterizzato da una ricerca esclusiva della massimizzazione del profitto e senza necessari fini altri rispetto a quelli economici

M: La mia esperienza è segno che questa divisione è arbitraria e immotivata. Il mio obiettivo è sempre stato quello di portare ciò che di buono ho imparato nella mia attività d’impresa, soprattutto in termini di gestione economica oculata, nel mondo non profit. Dall’altro verso, l’obiettivo della nostra attività è influenzare e contagiare le aziende profit con cui entriamo in contatto con la sensibilità e l’approccio profondamente umano caratterizzante il mondo del non profit. E’ necessario abbattere questo muro esistente tra due mondi che dovrebbero collaborare e contagiarsi positivamente a  vicenda.

Qual è il segreto per fare ciò?

M: Innanzitutto porsi allo stesso livello delle aziende. Per parlare efficacemente con gli imprenditori, è necessario essere imprenditori. Per questo è nato il marchio Valemour, che vuole essere un vero e proprio brand da spendere sul mercato. In questo modo io non mi baso solo sull’obbligo di legge che hanno riguardo all’inclusione di disabili nell’organico aziendale (l. 68/99). Bensì creo con loro una partnership commerciale. Questo perchè sono convinto che si debba arrivare sempre più ad una integrazione tra il mondo profit e il non profit. Si devono creare reti, network, collaborazioni tra queste due realtà. Una arricchisce l’altra, contagiandosi a vicendaProprio per questo nostro approccio, una delle fondazioni d’impresa più importanti nel nostro paese, Fondazione Vodafone, ci ha chiamato per dare loro consigli su come sviluppare progetti di sport e disabilità che abbiano un senso e un impatto vero sulla realtà.

Quali sono le tappe per sviluppare un rapporto di questo tipo con le aziende?

M: Si deve partire sempre da uno specifico nostro obiettivo: dare occasioni di inclusione e autorealizzazione ai nostri ragazzi. Una volta che l’azienda comprende il nostro approccio diverso e inizia una collaborazione con noi, il cambiamento che possiamo sviluppare nell’impresa è significativo. Se l’inclusione della persona disabile in un’ottica di valorizzazione e collaborazione è implementato in maniera costruttiva, si riescono a creare dei benefici importanti nella vita dell’azienda. C’è uno studio a riguardo della McKinsey molto significativo e dettagliato (http://www.corriere.it/economia/17_marzo_07/lavoratori-sindrome-down-cosi-migliorano-aziende-7784d006-032d-11e7-abb5-4486feee70af.shtml). In questo modo il rispetto di un obbligo di legge si trasforma nella possibilità di diffondere un verbo, un modo nuovo di fare impresa, più umano e inclusivo.

Tuttavia esistono secondo te delle differenze che comunque, al di là del vostro approccio collaborativo, permarranno tra profit e non profit?

M: Sì. Ad esempio esiste una libertà in capo al mondo non profit, che il profit non può permettersi: quella di replicarsi. Non è necessario per un’organizzazione come la nostra diventare più grande possibile, anzi,tale obiettivo può dimostrarsi pure dannoso, poiché rischia di distoglierci dalle nostre motivazioni originarie. Dobbiamo invece far sì che il nostro modello sia replicato e copiato da altre persone o realtà. Non devono esistere i brevetti per tutelarsi nel non profit, ma si deve far sì che gli altri ti copino e, magari, ti migliorino. Per me questo è stato un grande cambiamento rispetto al mondo profit dal quale provenivo. È l’approccio generativo.

L: La vera sfida per noi è trovare lo strumento pratico e normativo per sviluppare legami con altre esperienze diverse dalla nostra o che nasceranno da noi. Noi non vorremmo diventare fondazione nazionale, ma vorremmo mantenere il nostro status di fondazione regionale e creare una rete fitta di legami con altre organizzazioni simili.

La generatività, che tu Marco citavi, è un aspetto che alcuni economisti e sociologi stanno approfondendo e reputano fondamentale per riscoprire un nuovo senso nel fare impresa. Cosa ne pensi?

M: Penso che sia uno degli approcci più interessanti allo studio delle relazioni e dell’iniziativa economica. Vedi, per noi è sempre stato importante il concetto dell’accompagnamento. Sia verso i nostri ragazzi sia verso le realtà che potrebbero generarsi da noi. Ai primi insegniamo a lavorare, a vivere da soli, a relazionarsi perché poi siano liberi, autenticamente liberi. Alle seconde dobbiamo garantire una formazione e un’impronta di fondo ma poi dobbiamo avere il coraggio di lasciarle andare, di dare loro autonomia e responsabilità. Solo così saranno capaci anch’esse di generare. Per me questo è fondamentale e il mio obiettivo è contagiare anche il mondo profit con questo approccio. Nel momento in cui io abbandono l’ansia del risultato nel breve termine e della massimizzazione del profitto, riesco a generare un valore diffuso molto superiore e percepito da più soggetti. Un’impresa deve avere questo fine, altrimenti non dura. La generatività, come spesso dice Magatti, è una fase adulta della persona e anche dell’impresa, che rispetta e si fonda su un’idea autentica di libertà.

La normativa e l’apparato pubblico, di fronte a questo approccio moderno e in continua evoluzione, riescono ad esservi di supporto?

L: Assolutamente no e questo, per noi, è un altro importante problema. Ti faccio solo qualche esempio per capirlo, riprendendo i progetti di cui abbiamo accennato in precedenza. Noi se volessimo diventare fondazione nazionale dovremmo accantonare una cifra importante non come patrimonio, ma come garanzia di terzi, che io non potrei investire nè utilizzare per sviluppare nuove realtà, per generare appunto. Questo approccio ottuso è demotivante e non tiene conto della vitalità che potrebbe nascere in e da queste esperienze. Insomma, è più tutelante verso i terzi una cifra accantonata o una cifra investita in progetti che dia alla nostra organizzazione vitalità e prospettiva?

M: Ti dirò di più, questa lacuna in capo al soggetto pubblico ci ha portato non poche difficoltà gestionali fino ad influenzare la nostra stessa struttura, affinchè rispondesse ad esigenze esogene di natura pubblica. Per la legge oggi un disabile ha la vita suddivisa in più fasi, è simile ad un pacco da spedire di qua e di là, tra l’ambito sanitario e il socio-sanitario. E proprio per questa contraddizione rispetto alla naturale continuità della vita di una persona, anche se disabile, siamo costretti, ad esempio, a riferire l’attività sanitaria in capo ad un soggetto diverso rispetto a quella socio-sanitaria. Questo ci comporta doppia burocrazia, doppia contabilità..inefficienza insomma. Un altro esempio dei limiti strutturali della legislazione, quando interviene su questo tema, è la logica del Dopo di noi. I progetti sviluppati su questo ambito riguardano il periodo dai 18 ai 64 anni. E prima? E dopo? Non c’è bisogno di un progetto di vita che accompagni la persona in tutto il suo naturale percorso?

Passiamo alle modalità di sostentamento della vostra realtà? In che modo vi finanziate? Usufruite di forme di fund raising?

L: Al di là dei proventi derivanti dall’attività d’impresa che svolgiamo in Cooperativa e dei fondi messi a disposizione dallo Stato, la Fondazione si sostiene grazie alle donazioni liberali provenienti da enti, aziende e famiglie. Su questo ultimo punto, è importante chiarire una cosa: alle famiglie dei nostri ragazzi noi non chiediamo un corrispettivo per una prestazione sanitaria, ma un sostegno al progetto di vita che promuoviamo. Noi diamo un’indicazione di massima dei costi medi ma sono le famiglie, a seconda delle loro disponibilità, a scegliere quanto dare. Ciò ci permette di non mettere in difficoltà nessuno e di dare la possibilità a tutti di accostarsi al nostro metodo. Non nascondo che tale scelta qualche volta ci ha messo in difficoltà. Ad esempio, un paio d’anni fa, a causa di un ritardo nei pagamenti di una struttura sanitaria pubblica, avevamo qualche preoccupazione per i nostri bilanci. Allora Marco e un altro socio decisero di rendere partecipi di questa difficoltà tutte le famiglie dei nostri ragazzi, attraverso colloqui personali in cui venne sottolineata l’importanza per i loro figli del progetto di vita. In seguito a tale iniziativa ci fu un aumento del loro contributo del 40%. In particolare una famiglia che non aveva mai dato nulla, in quel frangente, diede anch’essa un piccolo contributo.

In che modo incidono le diverse fonti di sostentamento sulla sostenibilità economica del vostro progetto?

M: Prima di dirti come incidono, permettimi di raccontarti come noi vorremmo fossero suddivise. Noi siamo legati ad un obiettivo: 33-33-33. Ossia 1/3 delle nostre risorse dovrebbero provenire dallo Stato, 1/3 dalle famiglie e 1/3 dalla nostra attività d’impresa e di fund raising. Ciò per due motivi sostanzialmente: sussidiarietà, ossia lo Stato deve solo supportare un’iniziativa che parte ed è promossa da una comunità di famiglie e imprese, e responsabilità, ossia affidare a ciascun attore sociale una parte dell’onere. Questo converrebbe allo Stato. Infatti, il costo medio per la gestione del nostro progetto di vita per un ragazzo è di 11.467 euro. Il quale è a sua volta suddiviso in questa maniera: 1.930 euro a carico delle famiglie, 1.212,13 euro a carico dello Stato e 8.325,48 euro a carico della Fondazione, che vi supplisce con l’attività di impresa sociale e con le erogazioni liberali. Per quanto riguarda i centri diurni, invece, che noi non consideriamo una soluzione di piena inclusione ma, anzi, di potenziale esclusione, il costo medio è di 27.000 euro nella nostra regione. Ciò significa un importante risparmio in capo allo Stato grazie al nostro progetto. Come si può notare, inoltre, attualmente lo Stato contribuisce solo per il 10,5%. Noi vorremmo che arrivasse al suo 33% di contribuzione. Ciò ci permetterebbe di investire in ulteriori progetti e aumentare ancora di più il risparmio in capo alla pubblica amministrazione.

Purtroppo anche da questa analisi si percepisce una scarsa lungimiranza da parte del settore pubblico…

L: In 10 anni di attività abbiamo avuto un solo funzionario della Regione Veneto che ha compreso la potenzialità di questo progetto. Tuttavia spesso l’incomprensione è dettata da una forma mentis radicata lontana dal nostro approccio.

M: Questo perché con il nostro sistema ribaltiamo un approccio che molto spesso ha caratterizzato questo tipo di attività non profit e il loro rapporto con la pubblica amministrazione. Un approccio poco efficiente che rischia di mettere al centro interessi diversi rispetto a quelli che dovrebbero essere esclusivi per alcune realtà. Mi riferisco a logiche clientelari o irresponsabili che possono facilmente innescarsi. Insomma, come primo fine di un’impresa sociale deve esserci costantemente il bene delle persone a cui la sua attività è indirizzata e non il mantenimento di strutture consolidate o di posti di lavoro non più sostenibili. Questa nostra convinzione, spesso, dà fastidio ma rientra, se vogliamo, nel ruolo pedagogico che il non profit deve avere e di cui abbiamo parlato in precedenza rispetto alle imprese. Se io fossi l’ente pubblico, ad esempio, erogherei contributi solo a condizione che il destinatario mi assicuri il raggiungimento di determinati scopi e mi dimostri un costante sforzo nel replicarsi, nel generare esperienze  e progetti che garantiscano continuamente risposte nuove a nuove esigenze. La replicabilità, a mio parere, è il primo indicatore di successo di un’iniziativa non profit e ad essa dovrebbe essere legata l’erogazione continuativa di contributi.  Per fare ciò sarebbero necessarie procedure di follow-up e accompagnamento ma su questo punto la nostra Pubblica Amministrazione ha ancora molto da migliorare.

Com’è il vostro rapporto con coloro che dovrebbero essere i decisori primi della Pubblica Amministrazione, ossia i politici?

M: Diciamo che prima delle elezioni le nostre sedi sono affollate di politici o aspiranti tali. Giovani o vecchi, di destra o sinistra. Questa attenzione svanisce presto purtroppo. Per fortuna però, noi della politica abbiamo relativamente bisogno, poiché il fatto di poter dialogare allo stesso livello con imprese importanti e di svolgere spesso un ruolo indispensabile in alcune situazioni, ci permette di essere liberi e autonomi da certe logiche. Tuttavia, se ci fosse un colloquio costruttivo con la politica, che parta da obiettivi comuni di bene diffuso, le cose sarebbero molto più semplici.

Ma tutte queste difficoltà non vi portano a pensare che forse stareste meglio anche senza contributi pubblici?

M: Guarda, sicuramente i viaggi, il tempo perso, il mal di fegato, le litigate con i funzionari pesano di più rispetto ai 100-120.000 euro che ci portano all’anno. E non nego che questo spesso ci scoraggia al punto tale da pensare di mollare e andare avanti da soli. Ma ciò sarebbe sbagliato. La missione che ci siamo imposti è anche quella di educare il settore pubblico ad un nuovo approccio verso le realtà simili a noi. Un approccio di libertà e responsabilità che permetta a ciascuno di svolgere il proprio ruolo, nel rispetto di quello altrui. Ripeto: il segreto è la replicabilità. L’associazione deve continuare a replicarsi e la Pubblica Amministrazione deve facilitare e monitorare questo.

Analizzando il vostro bilancio si nota che, se dall’ente pubblico è difficile avere i giusti riconoscimenti, le fondazioni di natura privata, invece, sono molto più proattive nei vostri confronti.

L: Assolutamente sì. Questo molto probabilmente perché in esse è più radicata la logica del follow up. Attraverso un più efficiente monitoraggio, riescono a valutare efficacemente la tangibilità dei risultati e ciò le rende meglio disposte ad investire su di noi.

M: Molto spesso sono le stesse fondazioni a stimolarci, attraverso indicatori e analisi, a misurare il nostro impatto sociale. Questo per poi riportarlo nei loro report e far sì che noi diventiamo strumento di umanizzazione dei profitti. Tale approccio si inserisce perfettamente in tutto quel filone accademico e economico che sta mettendo al centro un’idea integrale di sostenibilità. Si pensi alle benefit corporation, alle cooperative sociali, alle fattorie didattiche e ad altre esperienze di questo tipo, accomunate da un attenzione sociale più diffusa e approfondita nello sviluppo della loro attività

Come si sviluppano i progetti di impresa che promuovete con Valemour? Quali sono le loro caratteristiche principali?

M: Il nostro schema è semplice: chiediamo alle aziende profit di renderci disponibile un loro prodotto, lo trasformiamo rendendolo limited edition e lo vendiamo attraverso i nostri canali. Le speranze per il futuro connesse a questo metodo sono due: che il profit utilizzi la nostra realtà come manifatturiera così da sviluppare direttamente noi i prodotti limited edition e poi loro si occupino della vendita oppure che ci forniscano degli spazi in cui predisporre la distribuzione. Per quanto riguarda il primo obiettivo, abbiamo già avviato un’ottima collaborazione con Geox, Geox for Valemour. Per quanto riguarda il secondo, invece, partirà a breve una collaborazione con Coop Alleanza 3.0, chiamato Our unique world. Questo progetto ha come obiettivo  unire i concetti di relazione tra abilità, di colore, di artigianalità, di economia circolare, di accoglienza e di unicità. Tutto ciò in un progetto, in un insieme di prodotti che, fabbricati dai nostri ragazzi, saranno disponibili e venduti nei punti vendita della Coop. Prodotti colorati, vivaci che siano commercialmente vincenti anche per i messaggi e il senso che simboleggiano e diffondono.

Avete qualche collaborazione anche con esperienze estere o multinazionali?

M: Da qualche tempo stiamo dialogando con L’Oreal. In questo caso abbiamo cercato di “sfruttare” ciò che la normativa ci permette. La legge 68/99 prevede che tu adempia all’obbligo di inclusione di persone diversamente abili attraverso l’assunzione di una quota di essi, a seconda del numero totale di dipendenti, oppure affidando incarichi o commesse ad una cooperativa esterna che si occupi di dare lavoro a persone diversamente abili. Ebbene L’Oreal, che di per sé sarebbe già in compliance per quanto riguarda questa normativa, ci ha comunque affidato degli spazi all’interno del loro stabilimento di Torino per la predisposizione di un hub formativo dedicato alla formazione di ragazzi con disabilità intellettiva da impiegare nelle altre imprese sempre del territorio. È un esperimento nuovo e rivoluzionario. In questo caso la grande impresa multinazionale destina risorse per facilitare esperienze di inclusione lavorativa all’interno di altre imprese locali. Proprio per queste qualità, nella sede centrale a Parigi stanno apprezzando e studiando questo progetto, come uno dei migliori a livello globale, all’interno della loro iniziativa Sharing beauty with all, che mira a creare 100.000 posti di lavoro per persone svantaggiate, eguagliando il numero di dipendenti che attualmente lavorano per L’Oreal.

Come coinvolgete i ragazzi nella vostra attività? Qual è l’obiettivo che vi ponete?

L: Attualmente abbiamo due persone con disabilità che sono assunte dalla Cooperativa grazie alle commesse che ci affida Calzedonia, secondo l’art. 14. Poi abbiamo altre due persone, con particolari disagi intellettivi e con un’età avanzata che abbiamo assunto poiché sarebbero difficilmente inseribili in altri contesti aziendali. Per tutti gli altri ragazzi l’esperienza di lavoro all’interno delle nostre strutture deve essere temporanea e propedeutica a prepararli ad un ambiente di lavoro esterno. Abbiamo infatti poi una decina di ragazzi che già lavorano in realtà imprenditoriali esterne.

M: Questo passaggio è necessario per far sì che l’imprenditore che deve assolvere agli obblighi di inclusione di legge si trovi di fronte persone che hanno già fatto un’esperienza di lavoro e di azienda. Noi cerchiamo di affiancare l’imprenditore in questo processo: studiamo l’azienda, individuiamo i ruoli più adatti, formiamo i ragazzi in maniera adeguata e, se vi sono problemi, riprendiamo la formazione e cerchiamo assieme a lui la soluzione. L’obiettivo per noi è il futuro dei ragazzi. Se mettessimo al centro l’attività manifatturiera interna, dovremmo poi destinare tempo ed energie al mantenimento e alla gestione e finiremmo per diventare una cooperativa di produzione che rischia di badare più alla sua sopravvivenza che al bene delle persone a cui la propria attività è dedicata. Inoltre andremmo a creare dei ghetti lavorativi in cui concentrare i nostri ragazzi. Non è questa la nostra intenzione. I nostri ragazzi devono uscire, vivere esperienze, creare relazioni e dare l’opportunità alle imprese di essere arricchite dai loro talenti e dalla loro umanità. L’esperienza dell’art. 14 per noi ha solo una valenza formativa e preparatoria a qualcosa di libero, esterno e relazionale

Cosa vi ha dato questa esperienza nella vostra vita?

M: Più di un sogno è stata la risposta ad un desiderio di speranza che volevamo per nostra figlia. Ma ci ha dato molto di più di questo. Paradossalmente mi ha aiutato nel mio lavoro. Io sono molto più forte oggi nel mio essere imprenditore.

L: Noi oggi siamo felici di quanto abbiamo realizzato e stiamo realizzando. Stiamo aspettando che coloro che stanno seguendo Sara ci dicano quando potrà andare a vivere da sola. Non senza un po’ di timore, ma è ciò per cui abbiamo creato tutto questo.

 Grazie, di cuore.

Riccardo Tessari

Figlio fiero della Bassa Veronese. Laureato in Economia e Commercio e appassionato ai temi riguardanti Business Ethics e Dottrina Sociale. Lavoro nel settore della sostenibilità ambientale e della cooperazione energetica. Sono arrivato alla politica leggendo una biografia di De Gasperi, quindi ho sempre avuto grandi pretese, spesso tradite dalla cruda realtà. Non smetto però di appassionarmi di fronte a storie ed esperienze di politica.